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Nell'anno 1853, due mesi dopo che entrava in causa il Comune di Iglesias, in S. Antioco, a conclusione degli annuali festeggiamenti di aprile, con un colpo di mano s'impedisce il ritorno delle Reliquie ad Iglesias.
Il racconto desunto da una nota storica del defunto Mons.Armeni, profondo conoscitore e studioso della storia isolana, c'illustra come presumibilmente andarono i fatti anche se probabilmente la data da lui indicata non corrisponde alla reale data dell'avvenimento. Dall'atto pubblico del notaio Usai e dichiarazione del Vescovo Montixi consta che in data 19 marzo 1853 le Reliquie erano ancora ad Iglesias, ed il vescovo dopo averle processionalmente portate dalla Cattedrale alla sua cappella privata, ha proceduto alla loro ricognizione, trovando tutto conforme all'atto fatto redigere da Mons. Desquivel il 28 agosto 1616 dal notaio apostolico e segretario della Mensa, Nicolò Melis Brughita. Ecco ora la narrazione di D. Armeni. "Nell'aprile del 1852 le Autorità locali avevano, in segreto, predisposto un piano da attuare per la "riconquista" del Santo. Il Sindaco Campus aveva chiesto al La Marmora un manipolo di militi che sarebbero intervenuti soltanto in caso di emergenza. I festeggiamenti, quell'anno, erano stati particolarmente solenni. Ma il lunedì, dopo la processione, inspiegabilmente, il Simulacro venne rinchiuso subito nella sua cassa. Forse gli Iglesienti avevano intuito le intenzioni dei locali, che protestavano vivacemente a quel inatteso sopruso. Il Capitolo aveva deciso di ripartire il martedì. Inutilmente il parroco Ravot si interpose perché, come era consuetudine, il simulacro rimanesse esposto alla venerazione dei fedeli fino alla partenza che era sempre fissata per il mercoledì. Quella notte i Sulcitani non filarono i loro sonni tranquilli. Attesero l'alba con impazienza. All'ora stabilita erano tutti presenti e riuscirono a dissimulare i loro sentimenti fino alla "Croce delle Reliquie", dove il Simulacro e l'arca, sui loro rispettivi cocchi davano l'arrivederci al paese. Ma ad un cenno stabilito, i giovani e gli uomini di S.Antioco circondarono il cocchio con le Reliquie, ed al grido "Su Santu est su nostu e s'Arrelichia puru" (il Santo è nostro e anche le Reliquie) intimarono agli Iglesienti di partire senza l'arca. "Maistu Casacca", vista la mala parata, fece schioccare la frusta e pungolando ferocemente il cavallo che trasportava il cocchio con la cassa del simulacro e l'argenteria, riuscì ad aprirsi un varco tra la folla e fuggì precipitosamente. Lo lasciarono andare, perchè non si potevano accampare diritti sul simulacro. Volarono i primi schiaffi di reazione agli insulti e agli epiteti lanciati dagli Iglesienti che urlavano contro i locali "Fura Santus" (Ruba Santi). I Sulcitani più scalmanati staccavano dalle siepi circostanti pale spinosissime di fichi d'india ed i frutti di queste piante grasse. Ed iniziò un lancio feroce contro gli avversari che urlavano di dolore, colpiti dagli aculei: qualcuno di quei frutti fece centro sui bianchi ermellini dei prelati, insudiciandoli di rosso e di verde, mentre i cavalli, imbizzarriti, minacciavano di disarcionare i canonici avviliti e sgomenti per quell'avvenimento ignominioso. L'alta tensione degli animi traspariva dai volti accesi dall'ira e minacciava di trascendere in una vera tragedia di sangue. I miliziani di scorta all'arca attendevano ordine di aprire il fuoco sulla folla inferocita e guardavano in cagnesco il manipolo dei colleghi che parteggiavano per i locali. Il Cav. Campus, vista la piega che stava prendendo la rivolta, ebbe un'idea geniale: perché non risolvere la contesa in campo atletico? Avrebbe issato una bandiera su di un'asta e le Reliquie sarebbero rimaste alla città la cui squadra avrebbe conquistato la bandiera. La proposta venne accettata. Si scelsero gli atleti tra i giovani dell'una e dell'altra parte. E la gara, degna di una olimpiade, iniziò tra le urla frenetiche dei presenti che incoraggiavano i loro beniamini. Gli atleti di S.Antioco si batterono da leoni, suscitando l'ammirazione di tutti e riuscirono per primi a strappare la bandiera tra gli applausi assordanti dei paesani. Furono portati in trionfo. Avevano ottenuto una vittoria che valeva più di una conquista della medaglia d'oro ai campionati olimpici. Essi stessi poi si caricarono sulle spalle l'arca, mentre gli Iglesienti, con l'aria classica dei pifferi di montagna suonati, dovettero avviarsi alla loro città con lo scorno della sconfitta e soprattutto con nell'animo la profonda amarezza di aver perduto le Reliquie del Santo che avevano custodito per duecentotrentasette anni. Inutilmente continuarono a lanciare il grido provocatorio di "Fura Santus" subissati dal grido di una marea di popolo che rispondeva "Su Santu est su nostu e s'Arrelechia puru". I fatti di quell'anno ebbero uno strascico giudiziario qualche tempo dopo davanti al Tribunale di Genova, che, pur stigmatizzando gli abitanti di S. Antioco per il fanatismo e la violenza usata contro gli Iglesienti, definiva positivamente per i Sulcitani la sentenza sollecitata dal vescovo Giovanni Battista Montixi. Dopo la sentenza di Genova pare sia ormai cessata ogni contestazione, e non si sia più toccato l'argomento. Così dal 1853 - cioè da oltre 137 anni - è cessato quell'antico pellegrinaggio che per secoli aveva scosso tutta la Sardegna, e che più tardi e precisamente nell'anno 1657 Cagliari copiava col trasporto di S. Efisio a Nora e che ancor oggi continua con la sagra del primo maggio.
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