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La politica espansionistica di Cartagine coinvolse, dopo la Sicilia, anche la Sardegna, dove, attorno al 540 a.C., hanno inizio le operazioni militari guidate dal generale Malco, volte alla conquista dell'isola. Sembra ormai chiaro che le reazioni delle città fenicie sono state tra loro differenti cosi come del resto assai diversificato e autonomo era stato il loro sviluppo a partire dalla fase urbana
.L'alleanza tra le genti indigene e le città fenicie provocò dapprima la sconfitta di Cartagine, che inviò un nuovo esercito, al comando dei generali Asdrubale e Amilcare, riuscendo infine ad impadronirsi della Sardegna: con molta probabilità, in questa operazione la metropoli africana potè contare sull'appoggio di alcune città sarde, tra le quali Tharros e Caralis, mentre dovette fare i conti con l'ostilità palesata da altri centri, tra i quali Sulcis, meno disposti a rinunciare alla piena autonomia fino allora goduta. È indubbio che gli scavi archeologici restituiscono chiari i segni di distruzioni e incendi in varie località, tra cui Monte Sirai e Cuccureddus di Villasimius, i quali possono essere letti come risultato di una loro opposizione a Cartagine. D'altra parte, la grande prosperità che caratterizza nel medesimo periodo Tharros e Caralis contrasta apertamente con il brusco arresto del commercio con l'esterno che si nota a Sulcis, segno evidente di una crisi dalla quale si riprenderà lentamente. Nella città si verificò quindi una indisponibilità ad accogliere il nuovo dominio cartaginese, che presupponeva l'accettazione di nuove politiche commerciali e nuovi atteggiamenti nei confronti delle genti indigene e nella politica economica isolana, incentrata da questo momento sullo sfruttamento agricolo, funzionale ormai ad una dimensione mediterranea e non più locale e frazionata. Tuttavia, anche Sulcis reca immediati i segni del "nuovo corso", leggibili nel cambiamento del rito funerario, nell'inserimento dell'uso delle stele nel tofet, fino ad allora sconosciute. Si aggiungano le merci che affluiscono dai mercati d'oltremare, che chiaramente partecipano della politica commerciale e delle alleanze effettuate da Cartagine, principalmente con Atene, dalla quale giungono, dopo una stasi alla fine del VI sec. a.C., la maggior parte dei materiali d'importazione, a partire dal V sec. e per tutto il IV sec. a.C. Da un punto di vista strettamente urbanistico, è la necropoli che restituisce i segni immediati del cambiamento, mentre non si hanno testimonianze strutturali sulla città se non a partire dalla risistemazione del IV sec. di cui si parlerà più avanti; da segnalare comunque il rinvenimento, nell'area del Cronicario, sia di materiali legati all'esistenza di officine per la lavorazione di oggetti d'artigianato in osso, avorio, pasta vitrea e vetro, databili in età punica, che di materiali ceramici, fra cui numerosi di produzione attica. Il mutamento del rito funerario, da imputare anche alla deduzione di elementi nord-africani, giunti nell'isola come funzionari o coloni, comportò il passaggio dall'incinerazione, più diffusa nelle città della Fenicia, all'inumazione, caratteristica anche di Cipro oltre che di Cartagine. A tale scopo fu utilizzato il grande banco di tufo vulcanico che circonda le alture della Chiesa Parrocchiale e del Castello. I materiali di corredo rinvenuti nelle tombe indicano un processo di occupazione del suolo da sud a nord e dal mare verso le colline: quindi le tombe più antiche risultano tra la Parrocchiale, il Castello e le attuali scuole, mentre le altre sono situate nel settore oltre il Castello. Le tombe sono quasi tutte sotterranee, costituite da un corridoio con scalinata di accesso e da una camera e sono principalmente di due tipi. Il primo, più antico, con vano rettangolare e il secondo con due vani gemelli separati da un tramezzo, centrale rispetto all'ingresso. Le tombe, date le loro grandi dimensioni, sono state utilizzate più volte nel corso dei secoli ed hanno ospitato molti corpi, forse appartenenti ad uno stesso nucleo familiare. I materiali contenuti nelle tombe sono scaglionati nel tempo compreso tra gli ultimi decenni del VI e gli ultimi anni del III sec. a.C., anche se non mancano testimonianze più tarde, ascrivibili alla piena età romana. Il corredo di accompagnamento era composto da vasi rituali che ripropongono, almeno nel primo periodo, tipologie arcaiche, tra cui brocche con orlo a fungo, brocche biconiche, anfore, attingitoi, piatti e tazze, decorati soprattutto a gruppi di linee nere. A questi si accompagnano numerosi materiali ceramici di fabbrica attica, soprattutto a partire dal V sec. a.C.: coppe, tazze, lucerne, pissidi, unguentari, tutte partecipi di un comune repertorio di merci che circolavano nei territori dell'orbita cartaginese, la cui distribuzione deve attribuirsi, a nostro avviso, alla stessa Cartagine, piuttosto che a rapporti diretti col mondo greco, come pure da alcuni è sostenuto. Il corredo personale presente nelle deposizioni è formato da tutto ciò che adornava il defunto durante la sua esistenza, prevalgono dunque i gioielli d'oro e di pasta vitrea, oltre agli amuleti. Di pari influsso cartaginese deve intendersi l'uso delle stele nei tophet isolani, e quindi anche in quello di Sulcis: presenti a partire dalla seconda metà del VI sec. a.C. e fino alla fine del Il sec. o agli inizi del I sec. a.C., sono tutte prodotte da botteghe locali e nel tempo mutarono modelli e iconografie, adattandole alle esigenze della committenza. Lo schema evolutivo vede succedere ai motivi aniconici la figura umana e, a partire dalla metà del IV sec. a. C., i soggetti d'influsso greco. Questo si evince dagli elementi strutturali della stele, quali il coronamento triangolare, e da quelli iconografici, individuabili nell'elaborazione dei modelli prevalenti, costituiti dalla figura femminile con disco al petto e dal personaggio con stola e simbolo ankh, caratteristici di Sulcis e indipendenti dalla produzione lapidea di Cartagine. L'autonomia e l'originalità delle botteghe sulcitane prosegue nel tempo: nel III sec. a.C., accanto alle tipologie note compaiono stele di dimensioni ridotte, con animale passante e coronamento centinato, con la chiara raffigurazione di un esemplare locale di ovino. Il ricco e originale patrimonio lapideo di Sulcis (si conservano oltre 1.500 esemplari), costituisce certamente uno dei tratti distintivi dell'autonomia e capacità artigianale delle città, di cui è peraltro diretta filiazione la produzione di stele della vicina Monte Sirai, e di cui anche la grande statuaria, come si vedrà, costituisce una valida testimonianza. Quanto alle urne contenenti le ceneri, che oggi non vengono più lette come frutto di sacrifici cruenti ma come resti di fanciulli morti prematuri o in tenera età, esse sono costituite, in netto contrasto con la grande varietà dei contenitori utilizzati in età fenicia, dall'unico modello della pentola globulare biansata, in analogia con le testimonianze di Monte Sirai, monotonamente ripetuto fino all'abbandono dell'uso del tophet, dopo la conquista romana della Sardegna. All'accennata mancanza di dati relativi all'edilizia urbana civile e religiosa, rilevata per il V sec. a.C., si contrappone l'intervento di risistemazione di ampio respiro attuato in città nel IV sec. a.C., principalmente evidente per quanto riguarda la cinta urbana, probabile riflesso degli accadimenti legati alle insurrezioni contro Cartagine verificatesi in Sardegna e in Nord-Africa nel 379 a.C.. È a partire da questo momento che viene probabilmente edificata la cinta muraria urbana. La costruzione delle mura, nella sua imponenza e monumentalità, riscontrabili nelle strutture e nell'uso di statue, è un altro segno tangibile della ricchezza e opulenza raggiunte dalla città in questo momento, ad ulteriore conferma dei dati materiali già evidenziati per la necropoli e il tophet. L'andamento della cinta muraria e le sue caratteristiche strutturali si seguono abbastanza agevolmente in numerosi punti dell'abitato e in alcuni tratti dello specchio di mare posto davanti al tophet: le fortificazioni furono concepite secondo un sistema articolato di torri e cortine murarie. Delle prime restano chiari avanzi alla base delle strutture del Castello, a nord del Museo e nel tophet, che venne fortificato con una torre eretta, come le altre appena citate, a filari di blocchi di trachite rossa. Tratti delle mura a blocchi sono sul Monte de Cresia, o, erette con la tecnica del muro "a sacco", si individuano sempre attorno al Museo, lungo il sentiero della necropoli, affiancate in quest'ultimo caso da un fossato. Ancora oggi controversa è la lettura che viene data dell'insieme di strutture ubicate a ridosso del piazzale antistante il Museo, dove si scorgono muri diversi per tecnica costruttiva e collocazione cronologica. Se pare accertata la presenza di edifici di età romano-repubblicana, tra cui si riconosce un ambiente pavimentato a cocciopesto con otto colonne in arenaria, i resti di strutture murarie a doppio paramento in blocchi bugnati e un secondo muro, sempre a blocchi di trachite rossa, evidentemente di età anteriore, si prestano a diversi inquadramenti. Tali strutture vengono generalmente attribuite ad una porta a vestibolo, da intendersi quale porta urbica monumentale, alla quale si associano i due leoni in tufo vulcanico rinvenuti ai piedi dell'acropoli, in un contesto di risistemazione di età repubblicana. Tale collocazione presso la porta urbica sembra più agevolmente inquadrare cronologicamente i leoni, per i quali è stata suggerita una trasmissione del modello attraverso Cartagine, analogamente a quanto accadeva nello stesso periodo nella produzione delle stele. Non va comunque taciuta una diversa lettura che vede nelle strutture poc'anzi citate un'area sacra, vista quale "alto luogo", il cui esito terminale prevede un complesso ad impianto scenografico con rampe e scalinate monumentali, di chiara influenza ellenistica e di tradizione italica di età repubblicana. A questa lettura è contestuale un inquadramento stilistico e cronologico dei leoni in ambito arcaico, e l'ipotesi di una loro collocazione originaria in un contesto templare, attribuendoli a un trono monumentale della dea Astarte. In conclusione, in età punica, ad una situazione inizialmente depressa se ne sostituisce una in cui la città appare commercialmente attiva e sufficientemente ricca da potersi dotare di ingenti opere pubbliche, arricchendosi di botteghe artigianali in grado di soddisfare la richiesta di una committenza che certamente non è provinciale né chiusa in se stessa, ma che anzi partecipa degli impulsi che le arrivano certamente dal mondo nord-africano, elaboratore a sua volta di spunti e modelli mutuati dal mondo classico. Nel III sec. a.C. anche Sulcis appare dunque come una città punica ellennizzata, come chiaramente testimoniano la cultura materiale, costituita da forme e modelli ceramici aderenti in toto a quelli circolanti nel mondo che gravitava attorno all'orbita cartaginese; del resto, anche la coroplastica partecipa di questo stesso spirito, ed è su questa base culturale e materiale che tenta di inserirsi il processo di romanizzazione, a partire dalla conquista della Sardegna avvenuta nel 238 a.C. |